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Il Jobs Act voluto dalle banche ha creato solo altro precariato

Il Jobs Act è un fallimento, ma qualcuno ancora lo appoggia

Ogni giorno veniamo invasi da una infinità di dati che apprendiamo da giornali, Tg e web sull’andamento dell’occupazione in Italia dopo l’introduzione del Jobs Act del Governo Renzi. Ogni fonte diffonde risultati sempre diversi. Secondo l’Istat, ad Agosto 2016, la percentuale di occupati è cresciuta dello 0,1. Nei primi tre mesi di quest’anno, secondo l’Inps, sono stati stipulati 428mila contratti a tempo indeterminato, mentre le cessazioni sono state 377mila, la differenza è di 51mila unità. Confrontando con lo stesso periodo del 2015 abbiamo un peggioramento del 77%. L’ocse, invece, è la più ottimista, affermando che il prossimo anno il numero di persone occupate tornerà ai livelli pre-crisi.

Un insuccesso su ogni fronte

Una confusione senza fine, che però non necessariamente significa che ‘forse il Jobs Act funziona’ come sbandiera sempre il Presidente Renzi, perché una volta filtrati i dati con occhio critico si scorgono chiaramente due verità assolute. La prima è la questione del precariato, i cui risultati periodicamente rilevati dall’Istat e dall’INPS mostrano un peggioramento nel corso dell’ultimo anno e mezzo. La seconda è un peggioramento generale della qualità del lavoro dovuto all’aumento massiccio nell’utilizzo dei voucher (+ 36,2% - dati Istat) e del lavoro part-time (+ 19,9% - dati Istat).

Il motivo principale dell’insuccesso di questa riforma lo capiamo dai dati del Ministero del Lavoro. Nel secondo semestre 2016 i licenziamenti sono aumentati del 7,4% e i contratti a tempo indeterminato vengono sostituiti con quelli in apprendistato. Questo perché il Jobs Act prometteva sgravi fiscali importanti alle aziende che avrebbero assunto personale con contratti a tutele crescenti, ma solo per un periodo limitato. Finita questa misura che non faceva altro che ‘drogare’ il mercato è ricominciato il precariato. In finanza questo meccanisco si chiama ‘bolla speculativa’. La riforma del lavoro di Renzi non è niente altro che un regalo agli imprenditori a discapito dei lavoratori e dell’economia del Paese.

Garanzia Giovani

Un altro regalo è stato anche il progetto Garanzia Giovani, una politica del lavoro che aveva come obiettivo quello di formare, aggiornare e rendere “occupabile” il lavoratore disoccupato. Così non è stato per una questione di semplice matematica: il numero dei posti vacanti è nettamente inferiore al numero di disoccupati. Dopo due anni dalla sua attivazione i risultati del progetto GG sono disastrosi: i contratti di lavoro sono quasi sempre precari e consentono un beneficio solo alle imprese che possono godere del bonus.

Alla fine della fiera i lavoratori sono più ricattabili e hanno meno diritti, mentre le aziende fanno quello che vogliono con le loro vite senza subirne le conseguenze. C’è una chiara volontà di imporre riduzioni dei salari contro un aumento dei carichi di lavoro. Il 4 dicembre si dovrebbe votare NO anche per questo motivo, perché la riforma costituzionale non a caso trova il sostegno dell’Ue, dell’Ocse e della BCE ossia quelle stesse istituzioni che ogni giorno attestano il fallimento del Jobs Act, ma che continuano a rinnovarne l’appoggio.

 

 

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