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Referendum costituzionale, tutto parte da JP Morgan

Referendum costituzionale: l'influenza della JP Morgan

Il 4 dicembre il popolo italiano è chiamato a esprimersi in merito alla Riforma Costituzionale che cambierà in modo profondo la Costituzione Italiana, su proposta dell’attuale Premier Matteo Renzi e la ministra Boschi. In questi mesi nel nostro Paese si sono formati svariati comitati che appoggiano tale riforma e altrettanti che sostengono le ragioni del No.


Per capire meglio su che strada dirigersi è utile anche capire da dove tutto ebbe inizio e come si è arrivati a un tale caos istituzionale. Il 28 maggio 2013, una delle banche di affari più grandi del mondo, la JP Morgan, compose un documento di sedici pagine, dal titolo significativo: “Aggiustamenti nell’area euro”, che tutti dovrebbero leggere. Alle pagine 12 e 13 si fa espressamente riferimento alle Costituzioni dei Paesi europei dicendo: «Quando la crisi è iniziata si è diffusa l’idea che questi limiti fossero dovuti a cause prettamente economiche. Ma in seguito è divenuto chiaro che ne esistono anche di natura politica. I sistemi politici dei Paesi del Sud, in particolare le loro Costituzioni, presentano alcune caratteristiche che non favoriscono una maggiore integrazione dell’area europea».

Poi: «I problemi economici dell’Europa sono dovuti all’instaurazione dei sistemi politici dell’area meridionale in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell’esperienza. Le Costituzioni mostrano una forte influenza di idee socialiste, dovute alla grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo».

Infine: «Tali paesi presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti, governi centrali deboli nei confronti delle regioni, tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori, tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo, il diritto di protestare se i cambiamenti sono sgraditi. La crisi ha dimostrato le conseguenze di queste caratteristiche. I Paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, e abbiamo visto esecutivi limitati nella loro azione dalle costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)».

Dopo questo documento, il 10 giugno 2013 venne depositato un Disegno di Legge, a firma di Anna Finocchiaro, per modificare l’art. 138 della Costituzione che riguarda il doppio passaggio in ciascuna Camera e la previsione di referendum confermativo, nel caso di non raggiungimento del quorum dei 2/3. Un “comitato di saggi” avrebbe dovuto proporre la proposta di modifica da sottoporre al Parlamento. La Legge raggiunse l‘ultimo step il 23 ottobre e poi si arenò.

In seguito, dicembre 2013, fu il turno di Letta, ma il suo Governo durò poco poiché da subito comunicò che non avrebbe modificato l’articolo 138, per cui fu prontamente sostituito da Renzi, dotato di una spregiudicatezza maggiore, messo lì da un’altra grande banca, la UBS.

Con il Jobs Act che fa definitivamente crollare il costo del lavoro, la Riforma della Scuola che rende nomadi i professori e, adesso, la Riforma Costituzionale, Matteo Renzi sta portando a compimento il piano delle grandi banche d’affari, iniziato nel 2013 al fine di eliminare i diritti, sbilanciare i poteri dello Stato e sopprimere il diritto di protestare. Interessi totalmente opposti a quelli delle popolazioni, ormai sovrane solo di nome. Quello che rimane da fare è la modifica al Titolo V in modo da depotenziare gli Enti Locali rispetto al Governo Centrale al fine di espropriarle dei servizi primari tipo acqua, luce, gas e trasporti, da dare in mano a privati. Spero sia chiaro a tutti dunque: questa riforma è voluta dai capitalisti dell’alta finanza ed è l’ennesimo attentato al mondo del lavoro e dei diritti.

 

 

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